Non dire tutto
Pensare, soffrire e restare umani in un mondo che pretende opinioni immediate
In questi anni la situazione internazionale genera una sofferenza interiore costante. Capire, o anche solo provare a capire, dinamiche così complesse non alleggerisce, anzi: aggiunge strati di riflessione, di dubbio, di peso emotivo.
Stare sui social, in questo contesto, è spesso ancora più faticoso. Per molti attivisti in buona fede diventa una pressione continua: il dover chiedere, pretendere o non accettare prese di posizione immediate, nette, apodittiche. Come se il silenzio fosse colpa, e la complessità una forma di offesa.
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Ma le riflessioni serie, quelle interiori, hanno bisogno di tempo e misura. In un mondo in cui tutti (o quasi) dicono la loro su tutto, il pensiero rischia di sembrare fuori luogo, persino provocatorio.
Io non sono così. E questo non significa indifferenza.
Lo scrivo oggi perché, in questi mesi, alcuni amici mi hanno chiesto, in maniera garbata invero, perché non mi esponessi pubblicamente su numerose tematiche… “Sai così sembra che tu stia per X e, se lavori per Y, poi la gente ti giudica male”.
Male? Bene? Lavoro e libera espressione? Cosa significa tutto questo?
Per me niente, ma è una forma di pressione che non amo particolarmente. Escluso che dietro queste discussioni si nasconde più il giudizio di chi vi scrive e non quello indistinto del pubblico richiamato per esigenze dialettiche, non aggiungo niente di particolarmente interessante se scrivo che provo sentimenti profondi per le ingiustizie di questo mondo, anche quando non le traduco in parole pubbliche.
Non tutto ciò che conta ha bisogno di essere online.

